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La vittoria di Castillo è un terremoto politico

 

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La vittoria di Pedro Castillo alle elezioni presidenziali peruviane è un grande terremoto politico che riflette l'enorme polarizzazione sociale e politica del Paese andino. La classe dirigente ha subìto una massiccia sconfitta per mano dell'insegnante, militante sindacalista a capo del partito Peru Libre, che si autodefinisce marxista, leninista e mariateguista.

 

Il conteggio è stato un processo lento e doloroso, e l'esito decisivo non è stato chiaro fino alla fine, tre giorni dopo la chiusura delle urne avvenuta il 6 giugno. Nel momento in cui scriviamo, con il 99,79% dei voti scrutinati, Pedro Castillo ha 8.735.448 voti (50,20%) e un piccolo ma irreversibile vantaggio sul suo rivale, la populista di destra Keiko Fujimori, che ha ottenuto 8.663.684 voti (49.79%).

 

Al momento i risultati ufficiali non sono ancora stati annunciati. La squadra di Fujimori accusa di frode e sta preparando dozzine di ricorsi. Le masse sono pronte a difendere il voto nelle strade. Ci sono notizie che 20.000 ronderos (membri delle milizie di autodifesa contadina create durante la guerra civile negli anni '90, di cui Castillo è membro) si stanno spostando nella capitale per difendere la volontà del popolo. Oggi, 9 giugno, è stata convocata una grande manifestazione a Lima, dove la gente si è radunata per tre notti di fila davanti al seggio elettorale di Castillo.

È stata l'estrema frammentazione del voto al primo turno che ha permesso a Castillo di passare al secondo turno con appena il 19%. Tuttavia, il suo successo elettorale non è casuale, ma espressione della profonda crisi del regime peruviano. Decenni di politiche di privatizzazioni e liberalizzazioni contro la classe operaia in un paese estremamente ricco di risorse minerarie hanno sedimentato una  democrazia borghese basata su un'estrema disparità di ricchezza e una diffusa corruzione.

Cinque ex presidenti sono in carcere o accusati di corruzione. Tutte le istituzioni della democrazia borghese sono molto screditate. Le manifestazioni di massa del novembre 2020 sono state un'espressione della profonda rabbia accumulata nella società peruviana. A questo si deve aggiungere l'impatto della pandemia e della crisi capitalista. Il Paese ha subìto una delle peggiori contrazioni economiche dell'America Latina con un calo dell'11% del PIL, e ha registrato la peggiore percentuale di morti e il peggior tasso di mortalità al mondo, mentre i ricchi e i politici del governo si sono fatti vaccinare prima di chiunque altro.

 

Un voto per un cambio radicale

Le masse operaie e contadine volevano un cambiamento radicale ed è proprio questo che Pedro Castillo rappresenta ai loro occhi. La sua campagna ha avuto due principali assi politici: la rinegoziazione dei contratti con le multinazionali minerarie (se si rifiutano potrebbero essere nazionalizzate) e la convocazione di un'Assemblea Costituente per porre fine alla costituzione del 1993 redatta durante la dittatura di Fujimori (il padre della candidata Keiko).
I suoi principali slogan elettorali: "Basta poveri in un paese ricco" e "Parola di maestro" risuonavano tra gli oppressi, i lavoratori, i poveri, i contadini, gli indigeni Quechua e Aymara, in particolare nella classe operaia e nei poveri lontani dai circoli dell'alta borghesia dalla pelle chiara di Lima.
L'autorevolezza di Castillo viene dall'aver sfidato la burocrazia sindacale nello sciopero degli insegnanti del 2017. Per gli operai e i contadini, è uno di loro. Un umile insegnante di campagna con radici contadine che ha promesso di vivere dello suo stipendio di maestro anche quando diventerà presidente. Il suo fascino è proprio quello di essere un antisistema per la sinistra. La sua popolarità rivela un profondo discredito della democrazia borghese e di tutti i partiti politici, compresi i principali partiti di sinistra.

Sebbene Keiko Fujimori non fosse il candidato preferito, l'intera classe dirigente peruviana ha chiuso i ranghi dietro di lei al secondo turno. La sua campagna è stata brutale. I manifesti a Lima proclamavano "Il comunismo è povertà" e minacciavano le sette piaghe se Castillo avesse vinto le elezioni, lo accusavano di essere "il candidato del violento Sentiero Luminoso". Il premio Nobel Vargas Llosa, che in passato si è opposto al governo di Alberto Fujimori da un punto di vista borghese liberale, ha scritto infuocate articolesse sostenendo che una vittoria di Castillo avrebbe comportato la fine della democrazia.
Nonostante tutto ciò, o forse proprio per l'odio che ha suscitato nella classe dirigente, Castillo ha iniziato la seconda tornata con sondaggi che lo davano con 20 punti di vantaggio sul rivale, un vantaggio che poi è diminuito con l'avvicinarsi del giorno delle elezioni, in parte perché la campagna di odio ha spinto gli elettori esitanti verso Keiko Fujimori, ma in parte anche perché Castillo ha sembrato voler ridimensionare il messaggio e le promesse elettorali.

Sebbene al primo turno avesse promesso di convocare a tutti i costi un'Assemblea Costituente, poi ha detto che avrebbe rispettato la Costituzione del 1993 e chiesto al Congresso (dove non ha la maggioranza) di indire un referendum per decidere se convocare una Costituente. Mentre al primo turno aveva detto che avrebbe nazionalizzato le miniere, poi ha sottolineato che cercherà prima di rinegoziare i contratti. Più andava avanti, più il suo vantaggio si riduceva, al punto che il giorno delle elezioni la sua vittoria non era più scontata.


Contraddizioni di classe

Tuttavia, la vittoria di misura rivela la netta polarizzazione di classe del paese. Fujimori ha vinto a Lima (65 a 34) e anche lì i suoi risultati migliori sono nei distretti più ricchi: San Isidro (88%), Miraflores (84%) e Surco (82%). Castillo ha vinto in 17 dei 25 dipartimenti del paese, con vittorie massicce nelle regioni più povere del sud e delle Ande: Ayacucho 82%, Huancavelica 85%, Puno 89%, Cusco 83%. Ha vinto anche nella sua nativa Cajamarca (71%), una regione dove ci sono state massicce proteste contro l'estrazione mineraria.

Negli ultimi giorni della campagna, Keiko Fujimori, in classico stile populista, ha promesso trasferimenti diretti di denaro dai pagamenti delle compagnie minerarie alla popolazione delle città in cui si trovano le miniere, un tentativo di allontanare gli elettori dalla proposta di Castillo di modificare i contratti a beneficio dell'intera città. Gli elettori hanno eletto Castillo in massa in tutte le città minerarie: a Chumbivilcas (Cusco), 96%; Cotabambas (Apurímac), base della miniera cinese MMG Las Bambas, oltre il 91%; Espinar (Cusco), dove opera Glencore, più del 92%; Huari (Áncash) dove c'è una miniera congiunta BHP Billiton - Glencore, oltre l'80%.

Le masse di operai e contadini che sostengono Castillo erano pronte a scendere in piazza per difendere la sua vittoria, mentre Fujimori gridava alla frode e si appellava ai risultati. Nei giorni che hanno preceduto le elezioni e subito dopo, si è diffusa la voce di un golpe militare. I principali sostenitori di Fujimori hanno chiesto all'esercito di intervenire per impedire a Castillo di prendere il potere.

Non c'è dubbio che una parte della classe dirigente in Perù è nel panico e ha usato tutti i mezzi a sua disposizione per impedire a Castillo di vincere le elezioni. Lo vedono come una minaccia al loro potere, ai loro privilegi e al modo in cui hanno governato il paese dall’indipendenza di 200 anni fa. Finora sembra che abbiano prevalso gli elementi più prudenti della classe dirigente. Un editoriale del principale quotidiano borghese La República ha descritto Fujimori come irresponsabile per aver gridato alla frode. “Facciamo appello alla leadership ragionevole e premurosa dei leader politici e delle autorità. Bisogna tranquillizzare le piazze del Paese che ribollono di sfiducia e stanchezza”. Questo è ciò che li preoccupa. Qualsiasi tentativo di rubare le elezioni a Castillo riporterebbe in piazza le masse di operai e contadini, radicalizzandole ancora di più.

Tutto questo dà un'idea di ciò che Castillo dovrà affrontare una volta assunta la carica. La classe dirigente e l'imperialismo ricorreranno a tutti i mezzi necessari per impedirgli di governare davvero. Abbiamo visto lo stesso copione in passato contro Chávez in Venezuela. Membri di spicco dell'opposizione golpista venezuelana erano a Lima per sostenere Fujimori prima delle elezioni e non è una coincidenza. Useranno il Congresso e le altre istituzioni borghesi, i media, l'apparato statale (fino all'esercito) e il sabotaggio economico per limitare la capacità di mettere in atto le loro politiche.

Difendi la vittoria: preparati alla battaglia

Il programma di Castillo, nonostante i riferimenti a Marx, Lenin e Mariátegui nei documenti di Perú Libre, è di sviluppo capitalista nazionale. Propone di utilizzare la ricchezza mineraria del paese per programmi sociali (principalmente l’istruzione) e lavorare con "imprenditori nazionali produttivi" per "sviluppare l'economia". I suoi modelli sono l’ecuadoriano Correa dall'Ecuador e il boliviano Morales.

Il problema è che di capitalisti "produttivi nazionali" responsabili non ne esistono. La classe dirigente peruviana, i banchieri, i proprietari terrieri, i capitalisti, sono strettamente legati agli interessi delle multinazionali e dell'imperialismo. Non sono interessati ad alcuno "sviluppo nazionale", ma al proprio arricchimento.

Castillo dovrà ora affrontare un dilemma. Da un lato, potrà governare a favore delle masse operaie e contadine che lo hanno eletto, che significherebbe una rottura radicale con i capitalisti e le multinazionali, ma potrà farlo solo affidandosi alla mobilitazione di massa extraparlamentare. Oppure potrà cedere, ammorbidire il suo programma e adeguarsi agli interessi della classe dirigente, che significa che sarà screditato tra coloro che lo hanno votato, e preparerà la sua stessa rovina. Se cercherà di servire contemporaneamente due padroni (operai e capitalisti), non farà piacere a nessuno dei due.

Nel tentativo di rassicurare "i mercati" - nervosi durante lo scrutinio - la squadra di Castillo ha rilasciato una dichiarazione che vale la pena citare: "In un eventuale governo del professor Pedro Castillo Terrones, candidato alla presidenza di Peru Libre, rispetteremo l'autonomia del Banco Central de Reserva, che ha fatto un buon lavoro mantenendo bassa l'inflazione per più di due decenni. Ribadiamo che non abbiamo considerato nel nostro piano economico nazionalizzazioni, espropri, confische di risparmi, controlli sui cambi, controlli sui prezzi o divieti di importazione. L'economia popolare con i mercati che sosteniamo promuove la crescita delle aziende e delle imprese, in particolare l'agricoltura e le PMI, al fine di generare più posti di lavoro e migliori opportunità economiche per tutti i peruviani. Manterremo un dialogo aperto e ampio con i vari settori delle imprese e degli imprenditori onesti, il cui ruolo nell'industrializzazione e nello sviluppo produttivo è fondamentale. Garantire il diritto alla salute e all'istruzione per tutti richiede l'aumento della qualità della spesa sociale, che dovrebbe basarsi su riforme fiscali per l'estrazione mineraria mirata ad aumentare la raccolta di risorse nel quadro di una politica di sostenibilità fiscale, con una graduale riduzione del deficit pubblico e nel rispetto di tutti gli impegni a pagare il debito pubblico peruviano”.
Lo stesso Castillo ha dichiarato: “Ho appena avuto colloqui con la comunità imprenditoriale nazionale, la quale sta mostrando sostegno al popolo. Creeremo un governo rispettoso della democrazia, dell'attuale Costituzione. Costruiremo un governo con stabilità finanziaria ed economica”. Tutta l'esperienza mostra che ciò che la classe dirigente descrive come "stabilità finanziaria ed economica" significa in realtà far pagare ai lavoratori e ai poveri la crisi del loro sistema garantendo le migliori condizioni possibili per la realizzazione dei profitti capitalistici. Il pagamento del debito è in diretta contraddizione con l'applicazione di una politica di spesa sociale. A tutto questo Castillo dovrebbe opporre gli interessi generali degli operai e dei contadini. Non c'è una via di mezzo.

Per ora le masse peruviane festeggiano e restano in guardia per difendere la loro vittoria. La lotta è appena iniziata. Ogni passo avanti di Castillo deve essere sostenuto. Le sue esitazioni o battute d'arresto devono essere criticate. Gli operai e i contadini possono contare solo sulle proprie forze e devono mobilitarsi per colpire l'oligarchia.

Mariátegui, nella conclusione del suo “Punto di vista antimperialista”, la tesi che presentò alla Conferenza Latinoamericana dei Partiti Comunisti nel 1929, diceva: “In conclusione, noi siamo antimperialisti perché siamo marxisti, perché siamo siamo rivoluzionari, perché opponiamo al capitalismo il socialismo come sistema antagonista, chiamato a succedergli perché nella lotta contro l'imperialismo straniero adempiamo ai nostri doveri di solidarietà con le masse rivoluzionarie d'Europa”. Il suo punto di vista è più attuale che mai.

 

Jorge Martín, 10 giugno 2021

 

Fonte: https://rebelion.org/la-victoria-de-castillo-un-terremoto-politico/

 

 

( da www.civg.it )